09/02/2018

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La Germania invece, differenziò i mezzi per la fanteria: per le grandi unità prevalentemente di fanteria destinate alla guerra di movimento (fanteria meccanizzata) adottò il solito M113, mentre per i reparti di fanteria inseriti nelle vere e proprie divisioni corazzate (Panzerdivision) sviluppo un mezzo cingolato maggiormente protetto e dotato di un armamento più pesante: l Tale veicolo non era anfibio, ma questo non era sentito come un handicap: in fondo doveva accompagnare gli MBT e nemmeno loro lo erano. In compenso offriva una protezione maggiore alle truppe trasportate e, soprattutto, era dotato di una torretta monoposto ultracompatta dotata di un cannone automatico Hispano Suiza HS820 da 20 mm che offriva completa protezione al capocarro/mitragliere ed una potenza di fuoco inusitata all per mezzi del genere. Come nel caso dell aveva due portelli superiori che, aprendosi, consentivano agli uomini a bordo di sporgere dal mezzo ed utilizzare le armi individuali, mentre l e l dal mezzo non erano particolarmente agevoli per la presenza di un solo portello posteriore di piccole dimensioni, anche perché il motore latero posteriore non consentiva altra soluzione..

Per questa strategia di toccata e fuga, era stato implementato un’altra niente meno che geniale: ciascuno dei membri dell’equipaggio, incluso quello rivolto verso dietro, era dotato dell’intera selezione dei controlli del mezzo, incluso il controllo by wire del cannone, il feed ottico del mirino ed una vera e propria cloche, necessaria per la guida e il puntamento dell’arma. Lo Stridsvagn quindi, ogni qualvolta se ne presentasse la necessità, poteva essere guidato a marcia indietro ad una velocità e con una precisione pari a quella frontale, eludendo così il contrattacco nemico. Pensate che in caso di necessità, il mezzo poteva persino essere operato integralmente da una sola delle tre postazioni! Benché in tale delicata situazione, una volta esauriti i 50 colpi presenti nel caricatore automatico del cannone, il carro non avrebbe potuto far altro che ritirarsi fino alla base.

Oltre all’ipossia, è soprattutto la velocità di salita in quota a mettere a dura prova le capacità di adattamento dell’organismo umano e quindi sembra essere proprio essa a rappresentare un fattore collegabile al concetto di estremo. Dalle esperienze dell’uomo che ha affrontato in vario modo l’alta quota, possiamo ricavare alcune lezioni: affrontare l’estremo significa risolvere il problema della sopravvivenza; esistono due tipologie di persone che affrontano l’estremo: coloro che lavorano in condizioni estreme ed i turisti; l’organismo umano ha notevoli capacità di adattamento all’ambiente; tali capacità possono essere allenate; la natura seleziona gli individui più adatti all’ambiente; il superamento del limite è a volte una questione di tecnica; talvolta la pratica smentisce le convinzioni scientifiche; la tecnologia rende possibile il superamento del limite e rende fruibile per tutti il suo superamento; le attrezzature ultra moderne possono dare una falsa sensazione di sicurezza; le caratteristiche psicologiche sono uniche e determinanti; se si tratta veramente di estremo, il limite è assai prossimo ed il rischio è molto elevato. Il concetto di estremo è legato a quello di sopravvivenza e viene continuamente messo in discussione dall’evoluzione dei materiali, delle tecniche e dell’allenamento.

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